8.06.2010

Anarcosindacalismo: una prospettiva di trasformazione sociale

La forza-lavoro in Italia

La distribuzione della forza lavoro in Italia è quella tipica dei paesi economicamente più sviluppati che hanno subito forti processi di delocalizzazione produttiva: nel 2009 risultavano 23.203 mila occupati (circa il 60% uomini e il 40% donne), così distribuiti, oltre il 66% nei servizi, circa il 30% nell’industria e quasi il 4% in agricoltura. L’incidenza del lavoro autonomo è di circa il 25%. Il tasso di disoccupazione ufficiale ha raggiunto nel 2010 il 9,1%. Quello reale, probabilmente, supera largamente il 10%, perché molti hanno smesso semplicemente di cercare lavoro e non si iscrivono più agli uffici di collocamento. Tra gli occupati, quelli che hanno una condizione lavorativa precaria (lavoro a tempo determinato e contratti di collaborazione) sono quasi quattro milioni, di cui circa il 25% è alla ricerca di lavoro. I lavoratori stranieri (comunitari o extracomunitari, ovviamente solo quelli in regola col permesso di soggiorno) sono, nel 2010, quasi 3.500.000.

Il lavoro precario
Da questo intreccio di dati, non semplice da interpretare, emerge comunque che la figura tradizionale del “lavoratore italiano garantito” – quello cioè impiegato a tempo indeterminato, dipendente di medie o grandi aziende private o del settore pubblico -  non è più assolutamente preponderante, anche se rimane relativamente maggioritaria, mentre è grandemente cresciuto il peso del lavoro precario. Questa situazione si è determinata e aggravata negli anni ad opera dell’azione congiunta dei governi (la prima legge sulla precarietà è la 196 del 1997, detta Pacchetto Treu e quella che ha diffuso enormemente il precariato è la 30 del 2003, detta Legge Biagi) e del padronato, deciso a salvaguardare i propri profitti tagliando i costi del lavoro dipendente ma anche di accordi con i sindacati istituzionali (uno per tutti l'accordo del luglio 1993)

Vaste fasce di popolazione hanno oggi, un rapporto fragile e discontinuo con il lavoro. Ciò pone problemi, sia in rapporto alla loro forza contrattuale, che alla loro possibilità di organizzarsi, considerando anche la loro dispersione sul territorio. Per i sindacati di Stato (Cgil, Cisl e Uil) il lavoratore precario è poco interessante perché non garantisce entrate fisse tramite regolare trattenuta della quota sindacale in busta paga. Il precario è considerato un lavoratore di seconda categoria  e  lo stesso vale per i lavoratori immigrati, verso i quali spesso viene svolta solo un’attività di tipo assistenziale. Lo stesso avviene, purtroppo, in alcuni sindacati di base.

Prospettive e piani di lotta

La domanda che ci poniamo è dunque, come può un sindacato libertario e autogestionario contribuire all’organizzazione e alle lotte dei lavoratori precari in una prospettiva anarco-sindacalista di classe?

La risposta non può che essere con una battaglia su tre fronti.

Il primo è quello culturale, il secondo è quello delle concrete lotte sindacali sui posti di lavoro, il terzo è quello delle pratiche realizzazioni autogestionarie.

Con battaglia culturale intendiamo una campagna per il recupero della solidarietà e l’unità di classe. Al di fuori di queste coordinate, ogni lotta non può essere che settoriale, corporativa e dunque debole e destinata alla sconfitta. Il riconoscimento dell’autonomia e dell’alterità dei proletari rispetto all’esistente sistema socio-economico è il primo passo, così come lo è l’inconciliabilità dei loro interessi con quelli del capitale. La solidarietà e la lotta di classe deve, necessariamente, non limitarsi entro confini nazionali, ma rilanciando l'internazionalismo dei lavoratori e di classe.

Con lotta sindacale concreta si intende una lotta che parta dai posti di lavoro, dalle reali situazioni di sfruttamento che i lavoratori vivono, e che unifichi le rivendicazioni qualunque sia il regime contrattuale al quale sono sottoposti: tempo indeterminato, contratti a termine, contratti atipici, lavoratori interinali, ecc., sulla base del principio “ad uguale lavoro uguale salario, uguale orario, uguali condizioni normative”. La solidarietà e la lotta di classe deve, necessariamente, non limitarsi entro confini nazionali, ma rilanciando l'internazionalismo dei lavoratori e di classe.

Solo collegando sul piano delle lotte reali il precariato con il lavoro “garantito” si evita il rischio di marginalizzarlo e di renderlo subordinato, prima ancora che sul piano tecnico su quello della coscienza dei lavoratori e nelle nostre teste. Inoltre oggi capita di assistere a una riproduzione del potere gerarchico in scala minore tra lavoratori a tempo indeterminato verso lavoratori precari, ciò oltre ad essere un nemico dell'unità di classe replica e facilita l'interiorizzazione della gerarchia sfruttante. Ciò rappresenta una difficoltà ma è una battaglia, anche di tipo culturale, che non può essere evitata e neanche ignorata.

Il progetto autogestionario

Per concrete realizzazioni autogestionarie intendiamo la ricomposizione del  tessuto sociale su basi solidaristiche, che è quanto di più originale e specifico c’è nella nostra concezione sindacale. Quindi la creazione, fin da subito, di un circuito economico e culturale alternativo alle logiche capitalistiche, in grado di sostituire progressivamente, nella vita economica e sociale, l’idea di solidarietà a quella di profitto, il mutualismo alla concorrenza del mercato. Un luogo di aggregazione, di propaganda con i fatti, più che con le parole, dei principi libertari e che, nello stesso tempo, dia la possibilità di vivere e non solo di sopravvivere, producendo reddito, non estorto con lo sfruttamento, ma liberamente prodotto con la cooperazione solidale.

Alle  nuove categorie di lavoratori, come i precari e parcellizzati, agli immigrati e ai disoccupati è necessario fornire un’alternativa di lavoro credibile, che sia anche un’opportunità di riscatto della loro esistenza, consapevole o meno, da sfruttati.

L’alternativa è da costruire proprio creando  realtà autogestite di produzione, di distribuzione e di servizi che funzionino e avvicinando a queste realtà quelle tipologie di lavoratori che sarebbero più disposte ad abbandonare la propria condizione di sfruttati; questo darebbe più forza e dignità a chi, altrimenti, resterebbe in una condizione di estrema ricattabilità da parte del sistema padronale ed inoltre sarebbe anche una valida risposta alla disoccupazione e una mano fraterna tesa verso l’immigrazione, che come già successo in tempi passati, potrebbe aprire orizzonti al di là dei confini nazionali, verso altri paesi dove il mutualismo risolverebbe molti problemi.

L’autogestione non è una teoria filosofica, ma qualcosa che si costruisce, in prima persona, confrontandosi concretamente con la realtà, sperimentando quotidianamente le ipotesi di lavoro fino al punto di aprire un percorso reale che cresca e si affermi per la sua validità intrinseca. Lo scontro, verosimilmente sarà inevitabile, perchè alle realizzazioni autogestionarie vi sarà un'opposizione e un attacco che mirerà ad azzerare tali risultati. A tale scontro bisognerà arrivarci avendo realizzato dei reali progetti da opporre e non soltanto vuote parole. L'autogestione combatte l'oppressione concretamente con l’Emancipazione e non con la violenza politicantistica, che storicamente ha generato nuova oppressione ma con un linguaggio concreto di Libertà, e quando si renderà necessario difendendo, quello che si è costruito, con forza e massima determinazione, ciò che fu chiamato “Rivoluzione di Capacità ” da Proudhon. L’azione diretta non è un assalto frontale al potere, ma la partecipazione diretta alla costruzione del processo di Emancipazione.

Una rete solidaristica, cooperativistica e mutualista

Ma come si può, nei fatti, iniziare a costruire una rete solidaristica? In Italia non ci sono imprese autogestite, dove i lavoratori abbiano sostituito i padroni falliti come alla Zanon argentina. La cultura sindacale tradizionale italiana prevede che ci sia un padrone con cui contrattare e non che dei lavoratori gestiscano, organizzino e producano in prima persona. Anche lo stesso circuito cooperativo, formalmente assai esteso, è costituito prevalentemente da realtà produttive e/o di consumo (piccole, medie o anche molto grandi) che hanno assunto la forma di cooperativa per i vantaggi garantiti dalla nostra legislazione, ma che nella sostanza rimangono aziende private dove i guadagni diventano il profitto di pochi. Tipica è in questo senso la figura del “socio-lavoratore”, formalmente compartecipe agli utili, ma in realtà lavoratore subordinato che partecipa solo alle perdite e con meno diritti di quelli di un comune lavoratore dipendente in un’azienda privata. Neppure la pratica, assai diffusa, dei gruppi d’acquisto solidale (acquisti collettivi direttamente dai produttori) riesce spesso a sfuggire alle logiche mercantili e commerciali, né all’istituzionalizzazione.

Quello che c’è da fare è, in primo luogo, collegare tutte quelle piccole realtà autogestionarie, sia di produzione che di consumo, che già esistono e che rischiano di soccombere, causa la loro dispersione, di fronte alle logiche di mercato e ai costi di distribuzione. Il secondo passo è attivarne o comunque favorirne di nuove, a partire dalle forme solidaristiche più elementari (Spacci Popolari Autogestiti, strumenti fondamentali per accorciare la filiera produttore-utilizzatore, favorire le produzioni locali, rispettose della qualità e del lavoro che vi è impiegato), per arrivare a quelle più complesse: cooperative libertarie di produzione o di servizi, ambulatori popolari, biblioteche popolari, casse di solidarietà, ecc. Creare dunque strutture autogestite che producano reddito per chi vi lavora (e non profitto) e utilità per i proletari e collegarle in una rete di efficienza e di capacità parallela, ma antagonista alla logica capitalista del mercato e dello sfruttamento.

In questo processo un sindacato come il nostro può fare molto, integrando il progetto autogestionario nella strategia di difesa intransigente degli interessi del proletariato sul posto di lavoro e, quando questo non c’è, nella società.

Non diciamo e non scriviamo nulla di nuovo: il movimento operaio, in Italia, come in altri paesi, alle sue origini aveva tre anime, quella delle leghe di resistenza, quella mutualista e quella cooperativistica. Si tratta di recuperare quella tradizione di matrice libertaria e adeguarla ai tempi. Però bisogna cominciare a farlo accelerando il passo e non solo parlarne.

In conclusione va detto, in maniera forte, che tutto quello che abbiamo affermato perde di significato se non è legato alla difesa del territorio, dei beni pubblici e alla salvaguardia dell’Ambiente; un processo rivoluzionario non può prescindere una ricomposizione armonica dei rapporti con la Natura ed il Paesaggio.

Segreteria Nazionale USI-AIT
Commissione Esecutiva USI-AIT
Segreteria Nazionale Sindacato Arti e Mestieri USI-AIT

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